Il Cavamento di Giovanni Bentivoglio
Il 3 aprile dell’anno 1487 nel palazzo ducale di Ferrara nel salone prospiciente al giardino, alla presenza del segretario ducale conte Giovanni Paolo Trotti, del cavaliere Nicolò di Correggio, del podestà di Finale Lodovico Trotti e di Nicolò de Carnieli fattore delle possessioni del duca Ercole I d’Este si presentò Cattelano di Sala, cittadino bolognese e procuratore del signor Giovanni Bentivoglio per concludere solennemente, davanti al notaio Siviero Sivieri, un accordo tra lo stato bolognese e il ducato di Ferrara. In virtù di questo accordo i bolognesi, col consenso del duca, avrebbero potuto scavare un grande condotto per far defluire unite nel fiume Panaro le acque che scendevano dalle terre più alte e andavano a formare vaste paludi nella bassa pianura delimitata dai fiumi Reno e Panaro. Le capitolazioni avevano richiesto molti mesi di gestazione e numerose verifiche sul piano tecnico da parte di periti delle due parti e dei proprietari interessati dai lavori, trattandosi di opera che doveva consentire vantaggi reciproci agli stati e alle comunità interessate dell’una e dell’altra parte, senza provocare dannose modificazioni nell’assetto idraulico di questi territori.
Il preambolo latino con cui il notaio enunciava le ragioni e i presupposti delle capitolazioni, che furono espressamente scritte in volgare, merita la nostra attenzione. Riferisce il documento che il beneficio e l’utilità dell’opera erano stati sollecitati al duca estense da Giovanni Bentivoglio, ma su preghiera di altri interessati (aliorum quorum interest), tanto sudditi bolognesi quanto ferraresi. L’escavazione del nuovo canale interessava infatti i territori di Finale e di Bondeno sul Ferrarese e quelli di San Giovanni in Persiceto, S. Agata e Crevalcore in quello bolognese. Nelle campagne di queste ultime comunità esistevano grandi valli nelle quali affluivano e morivano acque di corsi d’acqua utilizzati da mulini per macinare e quelle di altri fiumi e torrenti privi di esito. Queste acque ristagnanti arrecavano “maximam iacturam et damnum” a quelle terre e castelli e ai loro abitanti, oltre a numerosi cittadini bolognesi che qui possedevano terreni e possessioni, ripetutamente sommersi dall’espansione delle paludi e dalle inondazioni dei fiumi in piena. Lo scopo fondamentale di questa impegnativa opera idraulica era quello basilare in ogni opera di bonifica: impedire che le acque di risorgiva e i torrenti discendenti dai terreni superiori e dall’Appennino si mescolassero con quelle piovane che ristagnavano nella grande depressione di Decima e Crevalcore, conducendole separatamente a sboccare più a valle nell’alveo del Panaro a Santa Bianca di Bondeno.
La storia ci dice delle motivazioni più generali e profonde che stavano all’origine dell’accordo fra Ercole I d’Este e Giovanni Bentivoglio. La ripresa demografica che si faceva decisa dopo la metà del ‘400 spingeva verso l’alto i prezzi dei prodotti agricoli e stimolava investimenti nella terra. Sulle grandi distese a pascolo e paludose dei territori di S. Giovanni e Crevalcore e Bondeno insistevano già dal secolo XIV diritti di proprietà o di enfiteusi acquisiti da potenti famiglie, prime fra tutte quella dei Pepoli e a seguire quelle dei Bevilacqua, degli Aldrovandi, degli Obizzi. Grazie alla nuova opera di regolazione delle acque avrebbero potuto trarre immediato beneficio le grandi tenute Pepoli della Palata, Galeazza e Cà de’ Coppi. Terre un tempo soggette a inondazione potevano così moltiplicare dieci volte il loro valore una volta messe al riparo dalle acque. Se fino agli inizi del ‘500 la Palata e e la Cà de’Coppi erano ancora “un unico bosco e un’unica valle” con capanne di fango e canne palustri, la creazione di un grande collettore delle acque alte, il Cavamento, avrebbe reso possibile il risanamento idraulico dei luoghi e la loro coltivazione con l’insediamento di famiglie di coloni. Durante il secolo XVI i possedimenti dei Pepoli nella bassa pianura tra Reno e Panaro in effetti si accrebbero e si rafforzarono. Entravano a far parte del già ingente patrimonio terriero la Giovannina, Postumano, la Filippina, Bonaiuto e la Franceschina. Tutte queste terre di recente bonifica offrivano alti rendimenti per il grano e altri prodotti agricoli, tra cui la canapa. La spesa per il Cavamento poteva così essere abbondantemente ripagata.
E veniamo ai punti più importanti dell’accordo. I lavori, a totale carico di Giovanni Bentivoglio, dovevano cominciare a Santa Bianca, cioè nel punto di immissione del nuovo canale nel fiume Panaro, e risalire fino all’orlo delle valli di Crevalcore, arginando opportunamente la parte ricadente in territorio ferrarese. La manutenzione di questi argini sarebbe stata successivamente a carico dei ferraresi. Il Bentivoglio si obbligava a non porre sul canale chiuse o altri impedimenti al libero deflusso dell’acqua e a costruire un ponte levatoio di pietra e di legno a beneficio dei cittadini di Finale. Questi ultimi potevano avviare al Cavamento le acque del fiume Panaro defluenti nel loro territorio ed inoltre si imponeva ai bolognesi di lasciar scorrere nel nuovo canale le acque dei mulini di S. Giovanni, S. Agata e Crevalcore e ogni altra acqua disponibile “alli tempi delli secchi” a tutto beneficio della navigazione e della macinazione degli uomini di Finale. Si faceva poi esplicito divieto di immettere nel Cavamento e nella valli le acque limacciose del Reno e del Samoggia, sotto pena della facoltà per il duca di Ferrara di “fare atterrare et asserare lo dicto conducto”. Si rammenti che fin dal 1460 i bolognesi avevano tentato di ottenere l’inalveazione del fiume bolognese nel Po ma senza successo. Si paventava dunque che essi potessero aggirare l’ostacolo utilizzando il fiume Panaro per il tramite del Cavamento. In caso di ingresso delle loro acque per rotture d’argini il duca di Ferrara avrebbe potuto chiudere il canale e riaprirlo solo dopo la riparazione degli argini. Anche la presenza di imbarcazioni lungo il condotto dalla Foscaglia a Finale doveva essere autorizzata dal duca. Il contratto con queste formulazioni doveva infine essere approvato, per interessamento del Bentivoglio, dal Reggimento di Bologna.
Prendeva avvio con la realizzazione del Cavamento-Foscaglia il recupero di terre depresse, che potevano essere in tal modo convertite in arativi e campi alberati o in prati e pascoli per l’allevamento del bestiame. La difficile e tormentata battaglia contro il predominio dell’acqua aveva questa volta avuto successo. Vinceva un’accorta “diplomazia idraulica”, da sempre necessaria per vincere un nemico poco rispettoso di confini tra gli stati e tra gli uomini.
Franco Cazzola
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